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Perché fare una Spartan Race ti cambia la vita



La mia storia personale di disciplina, rinascita e guerra interiore


C’è un momento nella vita di ogni uomo in cui smette di raccontarsi bugie. Un momento in cui la mediocrità fa schifo, in cui le scuse iniziano a puzzare, in cui capisci che la vita che stai vivendo non è abbastanza. È un momento che arriva in silenzio, spesso quando sei solo. È una fenditura invisibile dentro di te che si apre lentamente e ti fa una domanda semplice, brutale, definitiva:


Questa è davvero la tua vita o stai solo sopravvivendo?


Non è stato un libro a cambiare la mia vita. Non è stato un video motivazionale, né un guru. È stata la fatica. È stato il fango. È stato l’odore del ferro della sbarra tra le mani, il rumore del sangue nelle orecchie dopo uno sprint, il bruciore dei muscoli che urlavano: ancora uno, ancora uno. È stato l’allenamento. E, più di tutto, è stata la Spartan Race.


Una corsa a ostacoli può cambiare un uomo? Sì, può. Perché non è una corsa. È un rito di passaggio. È come un fuoco tribale. Ti ripulisce da quello che non ti serve più. Ti restituisce a te stesso. Ti costringe a guardare in faccia chi sei davvero.


Io non sono nato atleta. Non sono cresciuto in una palestra. Non avevo un fisico costruito per competere. Non avevo sponsor, preparatori personali o programmi avanzati. Avevo solo una decisione: diventare un guerriero. E la Spartan Race è stata il punto di non ritorno.

Questa è la mia storia. Ma è anche la storia di chi decide di cambiare vita.Ti avverto: non è pulita, non è patinata, non è comoda. È vera.



Il giorno in cui ho deciso di cambiare


Non c’è un giorno preciso in cui tutto cambia. Non c’è un cartello che ti avvisa. Semplicemente arrivi a un limite invisibile e capisci che non puoi più vivere così. Nel mio caso non è stato un grande trauma. È stata la somma di piccole stanchezze interiori. La sensazione che stessi lasciando per strada qualcosa di mio, un potenziale mai usato davvero. Un senso di incompletezza, di vita a metà.

Mi guardavo allo specchio e vedevo un uomo che stava funzionando, ma non vivendo. Lavoro, responsabilità, problemi da gestire, giornate tutte uguali. E soprattutto una domanda che non riuscivo a togliermi dalla testa:


è questo quello che lascio a mio figlio come esempio?


Io credo che ogni padre abbia un dovere non scritto: diventare un uomo che suo figlio possa rispettare. Non per quello che dice, ma per quello che dimostra. E io non ero ancora quell’uomo. Non lo ero fisicamente, mentalmente, spiritualmente.

Così ho scelto una cosa semplice e brutale: ricominciare dal corpo. Perché quando non sai da dove ripartire, riparti da ciò che puoi controllare. Il corpo è il primo strumento di libertà. Diventa il ponte tra caos e ordine. Se ricostruisci lui, ricostruisci il resto.

Non ho iniziato con grandi piani. Ho iniziato con il passo più umile di tutti: disciplina quotidiana. Niente scuse. Niente frasi da Instagram. Solo sudore e silenzio.

Poi è successo.Un giorno, vedo un video, è una corsa a ostacoli. e da li mi viene la curiosità di provare....


E senza nemmeno saperlo, avevo appena preso la decisione più importante della mia vita.



Cerveteri: l’iniziazione



La prima Spartan non si scorda mai. Puoi fare mille allenamenti, correre centinaia di chilometri, spingere ferro in palestra come un ossesso, ma nulla ti prepara davvero al giorno in cui entri per la prima volta nel fango Spartan. Perché lì non si tratta solo di gambe e braccia. Si tratta di capire se hai ancora dentro quella cosa chiamata istinto. Quella roba primitiva che nessun algoritmo, nessuna routine e nessun lavoro a tempo indeterminato potrà mai spegnere del tutto.


La mia prima Spartan è stata a Cerveteri. Un paesino carico di storia, terra etrusca, tombe antiche e una bellezza severa, quasi mistica. È sembrato il posto perfetto per un’iniziazione. Perché è questo che è stata: non una gara. Un rito.


Sono partito con il camper. Non da solo. C’erano con me mio figlio e i miei genitori. Una piccola tribù familiare. Nessun albergo, nessun comfort. Solo strada, benzina e il sacro desiderio di mettermi alla prova. Ricordo ancora quella sensazioni non ero nervoso, non ero impaurito. Ma sentivo che qualcosa stava cambiando. Qualcosa dentro iniziava a svegliarsi.


Una volta arrivati, l’atmosfera mi ha investito come un’onda. Gente che si riscaldava nel fango. Sguardi intensi. Risate vere, di quelle che senti nello stomaco, non filtrate. Niente pose da palestra. Niente spettacolo. Solo uomini e donne pronti a ricordarsi chi sono. Perché non importa quanti follower hai o che macchina guidi: davanti al muro di legno da scavalcare, sei solo carne, respiro e volontà.


La Spartan ha un’energia che non trovi altrove. È grezza, viscerale, piena. Non è fitness. Non è sport per fighetti. Non è frivolezza. È come se, per un giorno, la società moderna lasciasse spazio a qualcosa di antico. È come se ognuno, nel profondo, sapesse esattamente perché è lì: per misurarsi con se stesso.


E poi arriva il momento della partenza. Lo speaker chiama. La massa si stringe. Il sangue inizia a vibrare nelle vene. Nessuno parla più. C’è solo quella concentrazione pesante che senti prima di attraversare una soglia. E poi la chiamata.


AROO!


È un urlo che non è un urlo. È un richiamo. Un rito tribale. Lo senti risuonare nella cassa toracica. Ti ricorda che non sei solo un cervello che paga bollette: sei un animale. Sei nato per correre, tirarti su, scalare, spingere, superare ostacoli reali. Quell’urlo ti strappa via la versione debole di te stesso e la lascia dietro, insieme alle scuse.


La corsa inizia. Respiro nasale. Cuore in battaglia. Il primo chilometro è euforia. Il secondo è dubbio. Il terzo è verità. Capisci subito che la Spartan non è lunga in chilometri: è lunga in volontà. Ogni ostacolo è una domanda. Vuoi davvero essere qui? Quanto ci tieni? Sei disposto a pagare il prezzo?


Ricordo il primo muro. Poi la rete da attraversare. La corsa in salita. I barili da trascinare. La fatica che cresceva, ma insieme a lei cresceva anche qualcosa di molto più potente: la certezza che io appartenevo a quella sfida.


La fatica non mi stava distruggendo. Mi stava costruendo.


E mentre avanzavo, mi tornava in mente mio figlio che mi guardava dalla zona spettatori. Non c’era nessun pubblico vero. Non c’erano telecamere. Ma per me quel momento aveva un solo significato: mostrargli chi sono. Non con parole, ma con esempio.


Quella Spartan è stata la porta. Il varco. Il ritorno all’essenziale. Nessun compromesso. Nessuna scorciatoia. Solo la verità: o passi, o ti fermi. E se ti fermi, ti fermi davanti a te stesso.



Quando ho tagliato il traguardo non mi sentivo diverso. Mi sentivo vero.

E la verità, quando la ritrovi, non la lasci più.

Quella medaglia non era un pezzo di metallo. Era una dichiarazione al mondo: io non mollo.

Quella è stata l’iniziazione. Il primo passo. Il giorno in cui ho capito che il percorso non sarebbe stato facile, ma sarebbe stato mio.


E da quel giorno non mi sono più voltato indietro.





Gubbio: freddo, pioggia e verità




Dopo Cerveteri pensi di aver capito cosa sia una Spartan. Pensi di sapere cosa aspettarti: ostacoli, fatica, sudore, adrenalina. Ti senti pronto a tutto. Ti illudi che il corpo sia allenato e che la mente sia solida.


Poi arriva la seconda Spartan della vita.


E lei ti mette in ginocchio.

Per me quella prova è stata Gubbio. Freddo tagliente. Pioggia battente. Fango ovunque. Zero pietà.


Era una di quelle giornate

in cui una persona normale

avrebbe scelto di restare a letto.


Una di quelle giornate in cui perfino chi è abituato alla fatica si chiede perché lo sta facendo. Io quella mattina non avevo risposte. O almeno, non ancora.


Ogni cosa era bagnata. Ogni cosa era più pesante del normale. Compreso il pensiero. Compresa la testa. Capisci subito che quel tipo di gara non la vinci con il fisico. La vinci con la resilienza.


La pioggia non smette. La salita non finisce. Il pendio diventa un fiume di terra scivolosa. Ogni passo è un atto di volontà. Ogni ostacolo una discussione interna tra ciò che vuoi e ciò che devi. Il corpo comincia a tremare, prima lievemente, poi in modo incontrollabile. Il freddo è un martello psicologico. Ti entra nelle ossa e ti toglie voglia e pensieri.


È lì che vedi chi sei davvero.


Arrivano i muri di legno. Poi la corda. Le mani cercano un appiglio, ma scivolano. Tenti di salire. Scivoli giù. Riprovi. Scivoli ancora. A quel punto hai due alternative: mollare o trasformarti. Perché nella vita funziona sempre così: le prove non sono fatte per fermarti, ma per chiederti qualcosa. Cosa sei disposto a sacrificare?

Arrivo al traguardo dopo quasi due ore di gelo. Lì, bagnato, sporco, stravolto, con il respiro che bruciava come fuoco e i muscoli in fiamme, ho capito un concetto che da quel giorno non ho più dimenticato:


ci sono cose nella vita che non puoi spiegare, puoi solo viverle. E la Spartan è una di queste.


Gubbio è stata la gara della verità: chi sei quando nessuno ti guarda? Chi sei quando la forza non basta più e devi tirare fuori qualcosa che non sapevi nemmeno di avere?

Quella gara mi ha insegnato due parole che ogni uomo dovrebbe scolpirsi addosso:


sopravvivi - combattendo




Cadere è obbligatorio: lo strappo al polpaccio


La vita non ti avvisa quando decide di metterti alla prova. Non ti manda un messaggio per dirti: fra poco ti spezzo per vedere se sai rinascere. Arriva e basta. Ti guarda dritto negli occhi e ti toglie qualcosa. Per vedere cosa farai senza.


La cosa che mi ha tolto è stata il movimento. Il mio sfogo. La mia arma. Il mio rifugio. Uno strappo al polpaccio durante un allenamento. Una fitta violenta. Poi il buio. Non un buio estetico. Un buio interiore. Quando ti fai male davvero, non è solo il corpo a rompersi. È la mente.

Per settimane non ho potuto correre. Non ho potuto allenarmi come volevo. Non ho potuto fare ciò che avevo imparato ad amare: mettermi alla prova ogni giorno. Mi muovevo a fatica, con quella sensazione che qualcosa mi fosse stato strappato. E non era solo muscolo.


Era equilibrio.


Eri abituato a spingere. Ora devi fermarti. E quando ti fermi contro la tua volontà, inizi a sentire tutto ciò da cui di solito scappi. Le voci che cerchi di zittire quando corri. I pensieri che provi a stendere con i pesi. Le domande sospese. Lo specchio che non perdona.


Ma fermarmi è stata la cosa migliore che potesse succedermi.


Mi ha insegnato la lezione più importante di tutte: non esiste crescita senza attraversare il dolore. E soprattutto: non esiste atleta senza identità.

Chi corre solo quando tutto va bene non è un guerriero. Lo diventi quando continui a correre dentro anche quando fuori sei fermo.



Il ritorno: Misano



C’è un filo invisibile che unisce gli ostacoli della vita.


Ogni ferita ti prepara al prossimo scalino. Ogni caduta è una lezione. Ma solo se decidi di rialzarti con qualcosa in più. C’è chi cade e cerca scuse. E c’è chi cade e costruisce il ritorno.

Il mio ritorno è iniziato con un’idea: tornare dove avevo lasciato, ma tornare diverso. Più forte. Più completo. Più vero. Quell’idea aveva un nome preciso: Spartan Race Misano.


Un anno dopo lo strappo al polpaccio, ero sulla linea di partenza. Ma questa volta ero un altro. Avevo subito la sconfitta, ma non l’avevo accettata. Avevo trasformato il tempo fermo in tempo utile. Non avevo atteso di guarire: avevo lavorato per diventare più resistente.

E lì, davanti alla griglia di partenza, ho capito una cosa fondamentale: la forza non sta nel non cadere mai. La forza è tornare più forte ogni volta che cadi.


Misano è stata la prova della rinascita. Ho corso fluido, presente, in controllo. Ho superato ostacoli che un anno prima mi sembravano impossibili. Ma soprattutto, ho corso libero dalla paura. Non correvo più contro qualcuno. Non correvo nemmeno contro me stesso.


Correvo per onorare ciò che ero diventato.


Tagliare il traguardo è stato diverso dalle altre volte. Non era vittoria. Era riconciliazione. Con me stesso. Con la mia storia. Con il mio corpo.

Lì ho capito che non era finita. Era appena iniziata.



Non esiste cattivo tempo, esiste un uomo che non molla


Allenarsi quando tutto è perfetto è facile.


Allenarsi quando hai dormito bene, quando il lavoro va liscio, quando c’è il sole, quando hai voglia, quando hai tempo. Troppo facile. Chiunque ci riesce. Ma l’allenamento vero inizia quando le condizioni non sono più a tuo favore. Quando è sera e sei distrutto. Quando fuori piove. Quando tutti guardano Netflix e tu stringi la fascia del ginocchio e vai. Quando hai mille scuse per non farlo e ne scegli solo una per farlo comunque.


È lì che separi chi parla da chi fa. È lì che costruisci identità.


Io non ho più giorni facili. Mi alleno nel freddo, nella pioggia, nel vento, nel caldo, all’alba, di notte, quando piovono problemi e quando nessuno mi applaude. Perché non è estetica. Non è intrattenimento. È un modo di vivere. E ogni allenamento è un voto che do a me stesso: io non mollo.


Perché siamo animali.


Ce lo hanno dimenticato, ma è così. Abbiamo bisogno di fatica. Abbiamo bisogno di movimento. Abbiamo bisogno di un motivo.


Senza sfida, ci spegniamo. Senza paura, moriamo dentro. Senza limite, diventiamo vuoti.


Allenarsi non è solo allenarsi.


È ricordarsi ogni giorno questo:

Io sono vivo.

Io sono qui.

Io continuo.



La trasformazione: corpo, mente, istinto



La verità è che puoi iniziare ad allenarti per qualunque motivo: dimagrire, rimetterti in forma, sfogarti dopo giornate pesanti, staccare la testa. Ma se non molli, se attraversi la fatica per mesi, se tieni duro quando nessuno ti applaude, se trovi un motivo per allenarti anche quando non c’è motivo… succede qualcosa.


Cambi.


Si trasforma prima il corpo, poi la mente, poi qualcosa che non ha nome. Qualcosa di più profondo.


Non è stato un cambiamento improvviso. È stata una scalata lenta. Una rieducazione. Una riscoperta. Allenarsi non è più stato un hobby, ma un modo di vivere. La disciplina ha sostituito l’umore. I numeri hanno sostituito le scuse. Il sudore ha sostituito le parole inutili. Ogni allenamento era un mattone di una nuova identità.


Il ferro in palestra ha raddrizzato la postura ma anche il carattere. La corsa ha riordinato la mente. Lo yoga e il respiro hanno messo ordine nel caos. Il freddo, con le docce e i bagni nel fiume, ha forgiato il controllo. Le Spartan hanno creato profondità.



Ma la lezione più grande è arrivata da un posto inaspettato: il dolore.


Non quello dei muscoli. Quello della vita. Quello dei giorni in cui ti senti solo. Quello del peso invisibile. Quello che non mostri a nessuno. In quei giorni ho capito una cosa: il dolore non è il nemico. È il combustibile. Quel fuoco che se provi a spegnere ti divora. Se invece lo domini, ti trasforma.


Perché è facile spingere quando tutto va bene. Ma un uomo si conosce quando non ha più niente da perdere e decide di scegliere comunque se stesso.


La Spartan, l’allenamento quotidiano, la disciplina mi hanno insegnato che ognuno di noi ha dentro un animale addormentato. Un istinto primitivo. Una fame di conquista. Una forza non ancora usata. Ma per liberarla non bastano parole. Devi passare attraverso la carne, la resistenza, la frustrazione. Devi costruire forza nervosa, muscolare, mentale. Devi diventare uno capace di continuare quando sarebbe più facile mollare.


Ed è vero: la Spartan crea fratellanza. In gara non ti chiedono che lavoro fai. Non importa la tua auto, il tuo passato, chi ti ha deluso. Nel fango siamo tutti uguali. Ci si aiuta senza conoscersi, ci si rispetta senza parlare. Perché lì tutto è semplice: o combatti o ti fermi.


E io ho scelto di combattere. Sempre.



Obiettivi e orizzonte: tutte le Spartan + X-Warrior Molveno



Una volta che entri in questo cammino non torni più indietro. Perché capisci che non si tratta di sport. Si tratta di dignità. La forza è diventata una responsabilità personale. Non posso più permettermi di essere debole. Non posso più trattare il mio corpo come un optional. Non posso vivere una vita comoda, corta e senz’anima.

Per questo ho deciso. Voglio tutte le distanze Spartan.


Sprint. Super. Beast.


Non per collezionare medaglie. Per collezionare prove. Per diventare qualcuno che vive ciò che dice. Voglio la fatica delle lunghe distanze, voglio montagne da attraversare, voglio ostacoli che mettono in crisi il sistema nervoso.


Voglio mettermi nelle condizioni in cui la maggior parte delle persone si ferma.


Perché lì, proprio lì, si costruisce un uomo nuovo.


E poi c’è un nome che continuerà a tornare nella mia testa finché non lo affronterò: X-Warrior, Molveno. Trenta chilometri di trail in alta quota. Venti, trenta ostacoli. Marmo nelle gambe. Freddo. Pendenze assassine. Un altro mondo. Una di quelle gare che o ti spezzano o ti forgiano. Nessuna via di mezzo.


Ecco perché continuo ad allenarmi ogni giorno in qualsiasi condizione. Perché le battaglie che scegli ti preparano alle battaglie che non hai scelto.


E prima o poi arrivano. Sul lavoro. Nella vita. Nella famiglia. Nelle relazioni. Nessuno è al sicuro. Nessuno è intoccabile. L’unica differenza è tra chi si prepara e chi no.


E io mi sto preparando. Senza scuse. Senza compromessi. Senza ritorno.



Guerra dichiarata



Non sono un influencer del fitness. Non sono nato atleta. Non sono geneticamente avvantaggiato. Ho iniziato più tardi di altri. Ma quello che ho lo metto sul tavolo ogni giorno: volontà. Fame. Resistenza.


Perché nessuno verrà a salvarci.


Nessuno farà il lavoro al posto nostro. Nessuno combatterà le nostre battaglie intime. Nessuno costruirà il nostro destino. Lo facciamo noi. Con le mani sporche. Con la mente lucida. Con il cuore fermo.


Questo non è solo allenamento. È un modo di restare vivi. Un modo di non cedere alla mediocrità. Un modo per non diventare quella versione dell’uomo che si spegne piano piano e si arrende senza rumore. Io non sono nato per arrendermi. E se stai leggendo queste parole, forse nemmeno tu.


La vita non è fatta per chi aspetta.


È fatta per chi sceglie. Per chi corre mentre piove. Per chi si rialza quando cade. Per chi accetta il dolore e lo trasforma. Per chi ha perso, ma è tornato più forte. Per chi decide che oggi è il giorno.


Non lasciate che vi addormentino.


Non lasciate che vi tolgano la forza.


Non permettete a niente e a nessuno di spegnervi.


Allenatevi.


Lottate.


Crescete.


Diventate ciò che sapete di poter essere.


Io continuerò a farlo.


Nel fango. Sotto la pioggia. Sotto il sole. Nella notte. In solitudine. In battaglia.


Questa non è una storia di sport.


Questa è una storia di rinascita.


E la guerra è appena cominciata.......



 
 
 

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